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martedì 5 maggio 2009

il serpente rosso.

note su Saint Germain des Pres e Saint Sulpice di Parigi

Pontoise 17 gennaio 1967


di
Pierre Feugere
Louis Saint-Maxent
Gaston De Koker


Prima di leggere le note che seguono, chiediamo al lettore di ricordare che

"Dopo un lungo sonno, le stesse ipotesi resuscitano, senza dubbio noi le ritroviamo in vesti nuove e più ricche, ma la sostanza resta la stessa e la nuova maschera che indossano non può ingannare l'uomo di scienza..."

Abate Th. MOREUX
Direttore dell'Osservatorio di Bourges, pagina 10, del libro L'ALCHIMIA MODERNA.


acquario
Come sono strani i manoscritti di questo Amico, grande viaggiatore dell’incognito. Mi sono apparsi separatamente e ora formano un tutto per colui che sa che i colori dell’arcobaleno uniti creano il bianco, o per l’artista che con i suoi pennelli fa, dalle sei tinte della sua tavolozza magica, scaturire il nero.

pesci
Questo Amico, come presentarvelo? Il suo nome rimarrà un mistero, ma il suo numero è quello di un celebre sigillo. Come descriverlo? Assomiglia al navigatore dell’arca indistruttibile, impassibile come una colonna sulla sua roccia bianca, scrutante verso il mezzogiorno, al di là della roccia nera.

ariete
Durante il mio peregrinare, ho tentato di aprirmi un varco attraverso la fitta vegetazione dei boschi. Ho voluto arrivare alla dimora della Bella Addormentata in cui certi poeti vedono la Regina di un regno passato. Disperando di ritrovare il cammino, le pergamene di questo Amico furono per me il Filo di Arianna.

toro
Grazie a lui, a passo misurato e occhio sicuro, io posso scoprire le sessantaquattro pietre disperse del cubo perfetto che i Fratelli della Bella del bosco nero, sfuggendo alla persecuzione degli usurpatori, avevano seminato sulla loro strada quando fuggirono dal Forte bianco.

gemelli
Riunire le pietre sparse, lavorare con la squadra ed il compasso per rimetterle nell’ordine regolare, cercare la linea che va da Oriente a Occidente, poi dal Sud al Nord, infine in tutti i sensi per ottenere la soluzione cercata, fermandosi davanti alle quattordici pietre segnate con una croce. Il cerchio era anello e corona, ed esso fu il diadema di questa Regina del castello.

cancro
Le pietre del mosaico che pavimentava il luogo sacro potevano essere alternativamente bianche o nere, e Gesù, come Asmodeo, osservava i loro allineamenti. Il mio sguardo sembrava incapace di vedere il letto dove era distesa la meravigliosa addormentata. Non fu Ercole con magici poteri, a scoprire come decifrare i misteriosi simboli incisi dagli osservatori del pas-sato. Nel santuario c’era l’acquasantiera, fontana d’amore dei credenti rammentante queste parole: CON QUESTO SEGNO TU LO VINCERAI.

leone
Da colei che io desidero liberare, sale verso me la fragranza del profumo che impregna il sepolcro. Qualcuno la chiamò ISIDE, regina delle fonti benefiche, VENITE A ME VOI CHE SOFFRITE E CHE SIETE AFFLITTI E IO VI SOCCORRERÒ. Qualcun altro MADDALENA, colei dal famoso vaso colmo di balsamo guaritore. Gli iniziati conoscono il suo vero nome: NOTRE DAME DES CROSS.

vergine
Io sono come i pastori del celebre pittore Poussin, perplesso davanti all’enigma: "ET IN ARCADIA EGO!". La voce del sangue, vuole mostrarmi l’immagine di un passato ancestrale. Si, la luce del genio attraversa la mia mente. Ho rivisto. Ho compreso! Io conosco ora questo favoloso segreto. E meraviglia, quando durante i salti dei quattro cavalieri, gli zoccoli di un cavallo hanno lasciato quattro impronte sulla pietra, ecco il segno che DELACROIX aveva fissato in uno dei tre quadri della cappella degli Angeli. Ecco la settima sentenza che una mano aveva tracciato: TOGLIMI DAL FANGO, COSICCHÉ NON VI AFFONDI. Due volte IS, imbalsamatrice e imbalsamata, vaso miracoloso dell’eterna Dama Bianca delle Leggende.

bilancia
Cominciato nelle tenebre il mio viaggio non poteva che sfociare nella luce. Alla finestra della casa in rovina contemplavo attraverso gli alberi spogli d’autunno la cima della montagna. La croce di creta si seccava sotto il sole del mezzogiorno, era la quattordicesima e la più grande di tutte con i suoi 35 centimetri. Eccomi dunque a mia volta cavaliere sul destriero divino cavalcante l’abisso.

scorpione
Visione celeste per chi segue le quattro opere di Em. SIGNOL, attorno alla linea del Meridiano, nel presbiterio del santuario da dove scaturisce questa sorgente d’amore degli uni per gli altri. Io giro su me stesso passando dalla rosa del P a quella dell’S, poi dall’S al P. E la spirale nel mio spirito diventa un mostruoso polipo espellente il suo inchiostro. Le tenebre oscurano la luce, ho le vertigini e porto la mano alla bocca, mordendo istintivamente il palmo. Quasi come OLIER nella sua bara Maledicendo il bene, come XXXXXXXX QUELLO della tomba fiorita. Ma quanto hanno saccheggiato la casa, non lasciando altro che cadaveri imbalsamati e numerosi oggetti di metallo che non avevano potuto importare? Quale strano mistero nasconde il nuovo Tempio di SALOMONE edificato dai bambini di Saint VINCENT?

ofiuco
Maledicendo i profanatori nelle loro ceneri e quanti vivono sulle loro tracce, uscì dall’abisso dove era immerso mostrando il gesto d’orrore: "Ecco la prova che del sigillo di SALOMONE io conosco il segreto, che XXXXXXXX di questa REGINA ho visitato le dimore nascoste". A questo, Amico Lettore, stai attento a non aggiungere o rimuovere uno iota… Medita, medita ancora, il vile piombo del mio scritto contiene forse l’oro più puro.

sagittario
Ritornando allora alla bianca collina, il cielo spalancate le sue porte, mi parve di sentire vicino una presenza, i piedi nell’acqua come chi è stato appena battezzato. Girandomi ad est, di fronte a me vidi srotolare senza fine i suoi anelli l’enorme SERPENTE ROSSO citato dalle pergamene, salato e amaro, l’enorme bestia accucciata ai piedi di questo monte bianco, rosso di rabbia.

capricorno
La mia emozione fu grande, "TOGLIMI DAL FANGO", dissi, e il mio risveglio fu immediato. Ho omesso di dirvi in effetti che questo era un sogno da me fatto questo 17 GENNAIO, festa di Saint SULPICE. In seguito ai miei dubbi persistenti, ho voluto, dopo le dovute riflessioni, raccontarvi la storia attraverso PERRAULT. Ecco dunque Amico Lettore, nelle pagine che seguono, il risultato del sogno che mi ha portato nel mondo dello strano e sconosciuto. BENvenuto a colui che FA DEL BENE.

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mercoledì 29 aprile 2009

sic transit gloria gaynor.

Questi tempi e questi luoghi miserabili meriterebbero di finire nell'immondezzaio della storia, non fosse per il fatto che noi ci viviamo.

Non fosse per il fatto che ne respiriamo l'aria.

Non fosse per il fatto che quella strana paura che ti prende quando sei solo, altro non sia che la paura di restarlo per sempre.

Solo.

In questi tempi e questi luoghi miserabili...

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frenesia.

un racconto di Striker

Come ogni sera, da molto tempo a questa parte, mi ritrovo sulla veranda della villa di famiglia ad aspettare oziosamente che il sole beffardo si adagiasse oltre le alte colline che circondano la vallata, dove generazioni e generazioni di Saint Clair si sono avvicendate nella gestione di un patrimonio ormai dimenticato.

Rimango solo io, un nobile viziato che non ha mai osato sporcarsi le mani nelle vili questioni delle comune genti, tanto che, dopo aver liquidato tutti i beni mobili e immobili, sono rimasto a goderne i frutti nella più totale apatia.

Finché non incontrai lei.

Era una visione celestiale e insieme oscura, una dama nera che ridefiniva ogni concetto di bellezza terrena.

La incontrai in una squallida taverna del paese dove passavo solitario le mie tristi notti. Capii subito che non era una donna come le altre. Aveva un fascino misterioso e altero, una donna per cui, sentivo, avrei fatto qualsiasi cosa. Qualsiasi.

Il nostro rapporto procedeva lento ma solido, lei schiva ma autoritaria, io la rispettavo come donna e mi dimostravo accondiscendente alle sue bizzarre richieste.

Ci potevamo incontrare solo dopo il tramonto e all’alba lei doveva tornare rapidamente a casa, a causa della sua famiglia, che le imponeva una curiosa etichetta.

Le nostre notti insieme si svolgevano in maniera lenta e misteriosa. Le piaceva bere, ma per quanto il vino scorresse sulle sue labbra voluttuose sembrava mantenere una lucidità e un autocontrollo stupefacenti. Camminavamo a lungo, fino a che sentivo che l’alcol entrava in circolo e faceva il suo effetto, annebbiando i ricordi e ottenebrando le sensazioni, fino a che ci ritrovavamo nella nostra alcova, l’uno nelle braccia dell’altro, trasportati da una passione dirompente e selvaggia, sopraffatti da una sorta di ebbrezza, di consapevolezza del proibito che non riuscivo a scrollarmi di dosso nemmeno il giorno dopo quelle folli notti.

All’epoca riemergevo da un periodo buio e tetro, non avevo coscienza di quello che sarebbe accaduto di lì a poco.

Era una notte fredda e oscura, le nubi che si addensavano presagivano quello che non mi sarei mai aspettato. Mentre passeggiavamo verso la nostra carrozza, di ritorno dal villaggio di contadini dove la mia compagna notturna voleva essere portata di tanto in tanto, accadde un imprevisto: un uomo, sulla cinquantina, con diversi litri di vino in corpo si avvicinò a noi, e puntando una croce di legno improvvisata in direzione della mia donna imprecò, della parole senza senso dettate dall’alcol ma che risuonavano nelle mie orecchie con una certa familiarità: mostro, demonio, mia figlia… solo 14 anni…. vergine… upyr! A questo punto le urla si trasformavano nella sua lingua di origine, probabilmente russo, delle quali capivo ben poco, pur avendo fatto affari in passato con questa gente. Ma la cosa che più mi scosse fu’ la reazione di lei. Alla vista della croce si aggrappò al mio braccio facendomi incredibilmente male, nonostante la sua esile figura. La paura dipinta sul suo volto mi fece rabbrividire, e quando scattò in direzione opposta mi lasciò sgomento davanti a quell’uomo invasato. Cercai invano di raggiungerla, la sua corsa era incredibilmente veloce e la persi molto presto. Amareggiato, confuso, impaurito, stavo per tornare alla carrozza, quando davanti a me si parò uno spettacolo di luci incredibile. Migliaia di piccole lucciole danzanti si frapponevano tra me e il bordo del villaggio circondato da una fitta vegetazione. Rimasi abbagliato da quello spettacolo, tanto che non saprei dire quanto rimasi lì pietrificato. Le luci volavano in cerchi concentrici perfetti, disegnando spirali dalla lunga scia luminosa. A un tratto le luminescenze si misero in formazione, disegnando una figura umana. Era molto simile alla mia dama oscura, tanto che poteva essere un suo lontano parente. Ero estasiato da questa visione che infondeva un senso di calma apparente. Non ricordo molto di quell’episodio, tranne che la splendida figura si avvicinò al mio volto, poi una specie di calore bianco si diffuse seguito da una breve fitta alla gola.

Al mio risveglio mi ritrovai nella mia stanza, come ci fossi arrivato non mi è dato da sapere.

Rimasi tutto il giorno nel letto, le finestre sbarrate e le tende a coprire il sole, bloccato da una stanchezza cronica, sembrava che le mie forze fossero prosciugate. Solo dopo il tramonto ricevetti la visita della mia amata. Aveva uno sguardo diverso dal solito, un misto di amarezza e rassegnazione che non saprei spiegare. Cercai di raccontarle quello che ricordavo ma lei mi ripeteva che era stato solo un brutto sogno e che dovevo riposare. Rimase accanto a me tutta la notte, ma benché fossi stanco non riuscii a dormire se non alle prime luci dell’alba. Il mio sonno era funestato da orribili incubi, dove vedevo una giovane figura femminile venirmi incontro, ma quando riuscivo a vederla meglio in viso, rimanevo inorridito dal volto sfigurato e il sangue che le colava copioso dal collo sul suo vestitino bianco. La cosa che mi lasciava paralizzato dal terrore era la sensazione di familiarità con quella scena, ma non riuscivo a ricordare dove l’avessi vista.

La dama oscura venne a me in una notte nella quale sembrava avessi ripreso tutte le mie forze. Mi sentivo incredibilmente bene, provavo una sensazione di potenza inedita per uno come me, benché non avessi mangiato da tempo immemore.

Quando venne a me capii che era per darmi una spiegazione di tutto quello che avevo passato. Il suo volto tradiva una nota dolente, come di una cosa che va’ fatta a tutti i costi, suo malgrado.

Alle mie domande rispose nel più infame dei modi, portandomi davanti lo specchio della toletta che era stato misteriosamente coperto. Togliendo il tendaggio il mio cuore ebbe un sussulto, seguito da quella consapevolezza che avevo sepolto nel mio animo perché troppo scomoda da accettare. Lì dove doveva esserci la mia immagine c’era solo il riflesso della mia stanza da letto, orribilmente vuota.

Se ci fosse stato qualcuno oltre a noi avrebbe sentito le mie urla di terrore lacerare il silenzio della notte, quando, in preda a una sorta di frenesia, mi lanciai contro la mia amata per sventrarle la gola e mangiare il suo cuore nero.

Tutto quello che avevo sopito degli ultimi mesi, tutti gli orrori che avevo cancellato dalla mia mente erano emersi nella loro crudeltà. Ero stato complice di un mostro che mi aveva privato della mia umanità e portato negli abissi della lussuria.

Ora del suo corpo non rimane che un mucchietto di cenere, ed io rimango qui, come ogni notte ad aspettare. Aspettare che qualcuno della sua diabolica famiglia venga a reclamare giustizia, che porti con sé quello che mi è stato negato per oltre cinquant’anni: LA MORTE!

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begorath tre.

Nel fardello di esperienze di ciascuno di noi c’è il ricordo del giorno più importante della sua vita. Non è una cosa data una volta per tutte. C’è il giorno del diploma, che poi diventa la prima esperienza sessuale, che poi diventa il giorno della laurea, che poi diventa il matrimonio, che poi diventa quando nasce tuo figlio, che poi diventa quando si laurea.

Per me non è stato così.

Ancora oggi, che certamente i giorni che mi restano da trascorrere sono meno di quelli che ho sinora vissuto, il giorno più importante della mia vita continua ad essere il 21 luglio 1969.

Mia madre c’era andata giù pesante. Il volto e le chiappe mi dolevano anche più del mio orgoglio scozzese. Con la testa sotto il cuscino, sentivo mio padre in salotto ululare come un lupo, mentre mia madre, strillando sottovoce, diceva:
«Ora basta, Sean Bloomfield! Vuoi che tutta Begorath ti creda pazzo?»
«Almeno avranno qualcosa di cui sparlare che non siano le solite storielle di corna, di bestiame o delle presunte amanti di Padre Kenneth!», ruggì mio padre.
Nina ogni tanto si affacciava in camera mia e sussurrava scuotendo la testa:
«Stavolta l’hai fatta grossa, Jimmy!»

Anni dopo mi maledisse di quel giorno, perché fu il giorno in cui prese la decisione definitiva di andarsene di casa, a Londra. Dove trovò lavoro come hostess per la British Airways. Dal lì, nel ’79, si trasferì in California. Divenne un’eroinomane. Ne uscì nell’86. Tornò a casa, trasfigurata. Sposò Barrow, il figlio di O’Connor. Divenne madre, divenni zio. Tornai con Tara a Begorath, alla casa che fu dei miei genitori e Nina si spostò a Inverness. Ancora oggi ci vediamo e sentiamo regolarmente.

«Psst. Jim! James Bloomfield!», disse qualcuno facendo timidamente capolino dalla finestra.
«Tara!», il cuore prese a battermi forte e mi dimenticai delle legnate e dal casino che avevo combinato.
«Ma è vero che sei stato nella selva, stanotte, da solo?»
«Si.»
«Lo sapevo! Tu si che hai fegato! Non come MacNamara che è buono solo a contar balle. Ho deciso: da oggi siamo fidanzati e tu mi sposerai! Sei d’accordo?»
«Si.»

Sebbene i Ballyon, come vi ho raccontato, fossero uno dei pochi Clan del Loch ad aver mantenuto qualcosa di più del vecchio blasone nobiliare, erano nondimeno invisi alla maggior parte della gente. Forse proprio per questo, per i loro soldi, anche se la motivazione ufficiale voleva essere un tantino più profonda.

1298. Solo un anno prima William Wallace aveva inflitto una sconfitta memorabile agli inglesi nella battaglia di Stirling Bridge. Ma il Plantageneto non era uomo che digerisse bene gli smacchi. Rimise in piedi l’esercito e neanche un anno dopo aveva nuovamente invaso la Scozia, partendo da Roxburgh. Aveva lasciato che i suoi uomini saccheggiassero, distruggessero e stuprassero tutto il Lothian, con l’unico intento di far scendere in campo Wallace, a Falkirk. Ma, a differenza di quanto accaduto un anno prima, Edoardo I aveva un asso nella manica. Sotto suggerimento del cognato francese, Filippo IV detto il Bello, aveva cominciato a comprarsi la fedeltà di diversi capiclan, promettendo loro denaro, il riconoscimento della loro nobiltà ed il mantenimento delle terre anche sotto il dominio inglese. Quest’opera di corruzione, però, era stata eseguita non solo in gran segreto, ma anche in modo mirato: Edoardo aveva corrotto i Clan che, tradizionalmente, fornivano la cavalleria all’esercito scozzese. Fra questi c’erano anche i Ballyon. Il re inglese si era anche comprato quel cane vigliacco di Robert de Bruce che ora cavalcava al suo fianco sotto mentite spoglie, cui molti all’epoca guardavano come legittimo sovrano di Scozia, e lasciò che questa notizia trapelasse alle spie di Wallace.

William Wallace era un uomo istruito, almeno per essere uno scozzese, ed un buon stratega. Aveva elaborato un piano, a sua detta, infallibile, calcolato al millimetro. Dopo la disfatta di Stirling, Edoardo non aveva fatto in tempo a rimpolpare le fila degli arcieri gallesi che quindi non costituivano un problema insormontabile. L’unica sfida era reggere l’assalto della cavalleria pesante. Fatto questo avrebbe attirato la fanteria inglese in un cul de sac, e la cavalleria scozzese, a quel punto, avrebbe aperto le danze. A differenza di un anno prima, Wallace avrebbe portato il suo attacco in profondità, fino ai quartieri del re.

Avrebbe ucciso sia il Plantageneto che il traditore de Bruce per poi siglare una rapida pace col figlio di Edoardo, che portava lo stesso nome, successore al trono inglese: a quel punto nessuno più si sarebbe opposto alla sua incoronazione quale sovrano di Scozia.

Le cose andarono esattamente come Wallace le aveva pianificate.

Fino a un certo punto.

Per essere precisi fino al punto in cui i Ballyon, visto sventolare il drappo che li spronava a scendere in battaglia, fecero dietrofront ed abbandonarono il campo.

Fu il massacro.

Pochi anni dopo, nel 1305, William Wallace fu catturato a Glasgow. Venne portato a Smithfield e lì torturato, impiccato e poi squartato. La testa venne esposta sul London Bridge per diversi mesi, fin quando non si ridusse ad una poltiglia putrescente. Il braccio destro andò a Newcastle, il sinistro a Berwick, le gambe a Perth ed il tronco ad Edimburgo.

Da quel giorno, nel Loch, Ballyon fa rima con traditore.

E Tara Ballyon era la figlia di Andrew, e la nipote preferita di Somerled.

La famiglia più ricca del Loch.

«Jim, ripeti all’ispettore Hatley quello che mi hai raccontato. E se, per Dio stai mentendo, puoi stare certo che…»
«Papà te lo giuro! Era una ruspa. Sulla collina, vicino alle pietre dei Pitti!»
John Hatley, l’ispettore di Scotland Yard, gettò un’occhiata in tralice a mio padre.
«Le pietre esistono, è vero. Sono cose archeologiche, portate alla luce da poco. Ne ha parlato anche la televisione.»
«E dimmi, ragazzo: sapresti tornare in quel posto?»
Rimasi in silenzio.
«Senti John. Il ragazzo non è un contaballe. E quell’ufficiale americano che me l’ha riportato l’abbiamo visto tutti. Almeno una spiegazione su che cosa ci faceva di notte a Dubhcrainn penso che potrebbe anche darcela, no?»
«Non farti illusioni Sean! Quelli della base sono fuori giurisdizione. Se non vogliono, e non vedo perché dovrebbero volerlo, non ci dicono nulla!»
«E allora rivolgiti ai tuoi superiori. Ci sarà pure qualcuno? Un capo di Londra, un ministro!»
«Uhhh Sean, Sean! Più si sale più ci avviciniamo alla gente che questa maledetta base ce l’ha messa dietro casa. La vedo difficile. Ma se Jimmy riesce a ritrovare il posto, almeno posso andare a dare un’occhiata, sempre che non sia entrato in zona off limits.», stavolta gli occhi dell’ispettore si posarono su di me.
Rimasi in silenzio, ancora una volta.
«Insomma, Jimmy. Saresti in grado di tornare dove hai visto la ruspa si o no?»
«…»
«Ebbene?»
«No.», conclusi amareggiato.
«E allora la faccenda è chiusa. Ruspa o non ruspa, temo che non sapremo mai in che cosa stessero trafficando gli americani.»
«Forse con un elicottero…»
«Sean! Dammi retta: lascia perdere…»

“Come una palla di neve” è un modo di dire di certe cose che cominciano con un niente, senza che nessuno se ne interessi ma che poi, man mano che passa il tempo, si ingigantiscono, vanno ben al di là delle intenzioni o dei calcoli di chiunque, prendono direzioni inaspettate e, infine, si abbattono rovinosamente, non più palle di neve ma slavine.

Un ottimo esempio di ciò a Begorath lo avevamo in Cromwell Maddock, il notaio. Notaio non perché avesse mai esercitato la professione in paese, ma perché, a tutti gli effetti, aveva studiato da notaio ed era regolarmente abilitato all’esercizio delle attività notarili presso l’albo di Glasgow.

Il 7 settembre del 1940 i nazi della Luftwaffe bombardarono Londra. L’obbiettivo ufficiale della missione erano i porti dell’East End, anche se in realtà non risparmiarono case ed altri edifici. Molta gente morì soffocata nei bunker che le bombe e i razzi V1 avevano sigillato come macabre tombe collettive. Una coraggiosa reporter della radio inglese, che disse di chiamarsi Miss Nightingale, raccontò in diretta dell’attacco, con una commovente cronaca dall’alto di un palazzo. Le sue parole, dopo che l’aviazione tedesca si era ritirata, riempirono Maddock di furia patriottica:
«Vedo le case e i palazzi in fiamme. Vedo pozze di fuoco bruciare lungo il Tamigi. Sento le urla e la disperazione dei cittadini. Ma questa è ancora Londra! Questa è ancora la nostra città! Ed il signor Hitler è avvertito: la gente d’Inghilterra vendicherà questo orrore!»

Il giorno dopo, Cromwell Maddock, prese il vecchio schioppo da caccia del padre e si arruolò. Non era uno sciocco, ma un’idealista si. La sua idea di seconda guerra mondiale lo vedeva a Londra, col fucile da caccia, ad impallinare gli aerei del fuhrer uno dopo l’altro, magari con una bella fanfara di cornamuse a suonare sana musica di guerra. Ma nessuno abbatte un aereo con un fucile da caccia.

Fu spedito al fronte, prima in Francia e poi in Germania, e lì coinvolto in una cosa molto, incredibilmente più grande di lui, e tutto a causa di un errore di pronuncia. Venne fatto prigioniero praticamente subito e sarebbe stato fucilato sul posto se un ufficiale nazista, Udo Meier, non avesse ricevuto qualche giorno prima un dispaccio segreto che recava una direttiva apparentemente assurda. In capo a pochi giorni – recava il dispaccio – un piccolo distaccamento inglese sarebbe capitato a tiro degli uomini di Meier. Il tutto faceva parte di un piano concertato fra Rudolf Hess, il delfino di Hitler, e non meglio precisati “ambienti inglesi non ostili al nazionalsocialismo in Europa”, il cui unico scopo era quello di far arrivare a Berlino sotto il naso del SIS, l’efficientissima intelligence inglese, tale Bran Murdock. Gli altri potevano, ed anzi dovevano, essere uccisi senza remore per non lasciare testimonianza alcuna della cospirazione. Un vero peccato che Bran Murdock avesse fatto una fatale passeggiata su una mina antiuomo solo pochi giorni prima, mentre gli inglesi si addentravano nel suolo nemico ed il capo del plotone, il capitano Whyte, malediceva la missione suicida e senza senso che il comando gli aveva affidato. Fu così che quando Udo Meier, nel suo inglese stentatissimo, chiese di tal “Medock, merdock… una cosa del genere…” il buon Cromwell aveva prontamente risposto:
«Sono io, porci nazisti! E non vedo l’ora di farvi vedere come muore uno scozzese!»

In realtà si stava letteralmente pisciando addosso dalla paura. Nulla di strano, quindi, che quando fu condotto nei quartieri di Meier prima, e caricato su un anonimo furgone, direzione Berlino, poi, decise che era meglio stare al gioco. Maddock non era uno sciocco, tutt’altro. Il fatto che fosse stato il primo laureato nella secolare storia di Begorath la diceva lunga sull’intraprendenza dell’uomo. E così, suo malgrado, la notte del 10 maggio del 1941 si ritrovò in un segretissimo volo notturno diretto nel Regno Unito, nientemeno che in compagnia di Hess. Da quello che era riuscito a capire, i nazi credevano che lui fosse l’ambasciatore di un gruppo formato da Lord della Camera e da militari inglesi simpatizzanti del nazismo. Il suo compito era di mettere in contatto Hess con questa gente, al fine di siglare un’improbabile alleanza franco/inglese che avrebbe portato ad un repentino rivolgimento delle sorti della guerra in corso.

Per capire come fosse stato anche solo minimamente possibile che il signor Cromwell Maddock di Begorath, per quanto accorto e scaltro come una maledetta volpe scozzese, fosse riuscito a darla a bere ai cani nazisti è bene rivolgere un orecchio alla discussione che Adolf Hitler ebbe con Rudolf Hess il 2 febbraio del 1941 a Wewelsburg, la fortezza delle SS.
«Perderemo, Rudolf. Se non cade l’Inghilterra perderemo.», il fuhrer aveva pronunziato questa frase col suo abituale distacco.
«Lo vedo con una chiarezza allarmante. Tanto che mi trovo a dubitare delle mie capacità intellettive. Stiamo arando il mondo col sangue ed il fuoco. Non c’è uomo sulla faccia della terra che non tema la svastica. Eppure so, con certezza assoluta so, che se Albione non cade, perderemo.»

Hess non aveva fatto un fiato. Riponeva una fiducia nel fuhrer che non si basava su alcun elemento fattuale. Non perché fosse un capo, non perché fosse un grande generale, non perché fosse l’uomo più determinato, glaciale, ed intelligente che avesse mai conosciuto. Rudolf Hess vedeva in Hitler l’Araldo degli Dèi, l’uomo ispirato dalle potenze iperboree che, dopo secoli di tregua, stavano per riappropriarsi del mondo. Dèi pagani, feroci e crudeli, sui cui altari il nazismo avrebbe forgiato un nuovo mondo. Hitler ne era il profeta. Ed un profeta non sbaglia mai.
«Ci sono degli uomini, in Inghilterra. Uomini che ho conosciuto prima del blitzkrieg. Uomini che capiscono la grandezza della tua visione. Negli inglesi scorre un po’ del sangue dei germani, mio fuhrer. Forse…»
Hitler aveva abbozzato un sorriso di disprezzo.
«Non sarebbe la prima volta che quei cani del SIS ci giocano un tiro magistrale! E se fosse solo un’altra esca? Non posso rischiare di perderti…»
«No. Ne sono certo. Le persone di cui parlo sono affiliate ad alcune società segrete che condividono gli ideali della Thule.»
«Allora contattali. Va da loro. Puoi offrirgli l’amicizia del Reich. Ma non tollererò un fallimento.»
«Ho pensato a tutto, mio fuhrer. Nessuna parola d’ordine. Nessuna visita ufficiale o ufficiosa. Sarò io a recarmi nel regno. Loro manderanno un ambasciatore all’oscuro di tutto, fuorché del fatto che deve portarmi da loro. Una volta sul suolo inglese, per sicurezza, chiederò che venga eliminato. Sarà anche un modo per testare la loro durezza.»

E così, la notte tra sabato 10 maggio e domenica 11 maggio 1941, un anonimo velivolo sorvolava l’Inghilterra, volando il più basso possibile per non farsi scorgere. A bordo c’erano Rudolf Hess, il prediletto di Adolf Hitler, alla guida del mezzo, ed il più improbabile dei compagni di volo: Cromwell Maddock di Begorath.

Ian Welsh, invece, fu il gallese che, uscito di notte a controllare le pecore del recinto che stavano belando spaventate, vide il velivolo avvicinarsi, sfiorando la cima delle colline più basse. Corse in casa. Prese il fucile da caccia del padre, uscì e sparò.

Ian Welsh aveva un’ottima mira. Come tutti i Gallesi.

Hess era davvero un valente pilota e riuscì in un impossibile atterraggio di fortuna, sbattendo la fronte contro la cloche al momento dell’impatto col suolo. Quando si riebbe, il suo ambasciatore se l’era bella che svignata. Da quel giorno Cromwell avrebbe acceso ogni domenica un cero alla Madonna. E avrebbe conservato la scatola di metallo piena di documenti riservati che aveva sottratto ad Hess svenuto, al sicuro nella cassaforte della sua dimora a Begorath.

Insieme alla laurea e all’abilitazione da notaio.

Senza mai farne parola con nessuno fino al 2002, pochi giorni prima della sua morte.

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begorath due.

Corsi. Corsi a perdifiato. Fuori di casa. Oltre in sentiero di ghiaia che portava al cancello di casa. Superato il cancello. Oltre Begorath. Oltre il Loch. Oltre la Scozia…

In realtà quando, sfinito, ruzzolai in terra, non stavo pensando a dove mai fossi giunto. Più che altro cercavo di non soffocare. L’umidità e l’aria fredda mi avevano mozzato il fiato. Era il 21 di luglio, ma il 21 luglio nella Selva di Dubhcrainn faceva freddo.

Mi rialzai guardandomi attorno. Non mi ero mai spinto così lontano nelle mie scorribande, ne ero certo. Come tutti i bambini del Loch, credo come tutti i bambini del mondo, avevo sviluppato, insieme ad i miei amici, una conoscenza pressoché perfetta del nostro piccolo mondo: nessun anfratto, nessun nascondiglio, nessuna scorciatoia ci era sconosciuta. Ma si trattava davvero di un piccolo mondo: il paese di Begorath, niente più che una manciata di case bianche sulle Highlands, sorte intorno ad una vecchia torre diroccata, e le piccole e rade propaggini del Dubhcrainn, tanto minacciose per noi piccoletti, però, che lì ambientavamo ogni sorta di gara di coraggio, gioco spaventoso o scherzo crudele, perlopiù alle femmine. La torre al centro del paese, invece, recava con sé una storia quantomeno curiosa.

Era l’anno del Signore 1034 e Coluim MacCinada, il primo sovrano di Scozia, passò a miglior vita. Per assicurarsi che al potere salisse suo nipote Donchad MacCrinain, aveva infranto la tradizione del tanistry. Il tanistry era una forma di proto democrazia in uso presso i Gaeli. In pratica alla morte di un re o di un condottiero il suo successore veniva scelto per elezione dai tutti i capiclan riuniti, e se questi non riuscivano a mettersi d’accordo, da tutti gli uomini adulti dei Clan. Ma MacCinada aveva fatto uccidere il tanis scelto dal consiglio dei Clan e nessuno se l’era sentita di farsi avanti in sua vece: il buon Coluim non aveva la più pallida idea di cosa fossero la pietà la compassione, e la cosa era ben nota a tutti.

Così ebbe inizio il regno di Donchad I.

Che fu un disastro.

Nel 1040 prese una clamorosa batosta dagli inglesi a Durham. Da bravo scozzese si diede alla fuga, ma a Bothgofnane fu raggiunto e ucciso da MacBethad, il signore di Moray, alleato degli inglesi, che succedette al trono. Nonostante MacBethad sia considerato una sorta di Nerone scozzese, bisogna dire che non era un diavolo poi così cattivo e che la Scozia conobbe con lui un periodo di pace.

Quando però MacBethad affondo la lama del suo kirk nel petto di Donchad, era stato assalito da un dubbio: era forse un sorriso di scherno quello che aveva letto nel volto del re, prima che rendesse l’anima al Signore? E che mai avrebbe voluto dire?
MacBethad lo scoprì diversi anni dopo, quando venne a sapere che Donchad non era morto senza lasciare discendenza. Aveva un figlio, forte e valoroso. Si chiamava Mael Coluim, ed ora che aveva raggiunto l’età adulta voleva indietro il regno che gli spettava di diritto. Se lo riprese nel 1057 quando a capo di una lega di Clan che mal avevano tollerato negli anni l’indole sostanzialmente pacifica di MacBethad, Coluim lo sconfisse, lo uccise e, tanto per chiarire una volta per tutte chi comandava, assunse il nome di Cenn Mor, il Grande Capo.

Tutto ciò ha attinenza con la torre di Begorath in quanto fu proprio in questa torre solitaria delle Highlands che il Grande Capo trascorse, in gran segreto, gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza. Lo sparuto codazzo di guardie fidate, precettori e servi che lo accompagnarono diede vita negli anni al paese.

Da noi si dice che Coluim, ormai praticamente adulto, non disdegnasse di gettarsi in romantiche avventure con le belle ragazze del villaggio e che, conseguentemente, nelle vene della gente di Begorath scorra qualche oncia di sangue reale.

Comunque, così dentro la selva non ci ero mai arrivato. Avevo completamente perso l’orientamento. Non ricordavo neanche da che parte stessi arrivando prima di cadere sfiancato come un cavallo. Continuavo a guardarmi in giro, stranamente calmo data la situazione. Poco avanti mi sembrava di intravedere, nella luce lunare che già non destava più la mia attenzione ammirata, l’ombra d’un sentiero, che però non sapevo dove si dipanasse. Le raccomandazioni di mia madre mi tornarono utili, più o meno.
«Non cacciarti nel bosco, James Malcom Bloomfield. Ma se mai dovesse passarti per la zucca la stupida idea di farlo, e temo che prima o poi accadrà, e dovessi perderti, bada a trovare un sentiero e seguilo in discesa. In discesa, hai capito? Da qualche parte arriverai. Da li chiedi aiuto.»

E così feci. Ma lo imboccai in salita. Pareva condurre dolcemente verso una collinetta incoronata da querce. Non avevo perso il senno, ma decisi che quella era la più grande avventura della mia vita: immaginavo che sarebbe finita con mia madre che me le suonava di santa ragione e proprio per quello volevo assaporarne il più possibile.

Rimasi in silenzio.

E lo udì.

Il fragore delle acque del Loch…

Così lontano mi ero spinto da giungere sino al promontorio del Drumnadrochit? Non potevo crederlo… avrei dovuto aver corso per miglia… impossibile… e poi era ancora buio… d’estate faceva giorno in un istante.

No. Non erano le acque del Loch. E il sentiero conduceva proprio nella direzione che volevo raggiungere, così mi incamminai.

Poco più di un mese prima, verso la fine della scuola, era venuto un professore dell’università da Edimburgo, originario di Milton e molto, ma molto amico della maestra, la signorina Alpine, a farci una lezione sugli antichi popoli della Scozia. C’erano gli Scoti, giunti dall’Irlanda al seguito di Re Fergus. C’erano i Britanni, più a sud, e da queste parti c’erano i Pitti. Il poco che si sa dei Pitti l’hanno narrato gli storici ed i generali romani che conquistarono la nostra terra più o meno all’epoca che vide le gesta di Gesù di Nazareth.

E tutti, indistintamente, ne parlano molto male.

Negli anni dell’università a Londra, mentre mi laureavo in letteratura, ebbi modo di dare qualche esame di storia. In particolare ricordo il mio esame di storia antica. Il professor Newcomb, che si professava apertamente marxista e filosovietico, dando non poche rogne al rettore, cominciava ogni anno accademico con la stessa frase:
«Eccovi qui, signori! Siete venuti per apprendere della buona, cara, vecchia storia antica di questa nobile isola. La prima lezione che dovete imprimere nelle vostre menti è la seguente: la storia la scrivono i vincitori!»

Nulla di strano, dunque, se tutti i resoconti dei Pitti non facessero altro che dire e ridire della loro ferocia, della loro crudeltà assoluta, dei loro sacrifici umani, del loro essere più bestie che uomini. Ma io non ero d’accordo. Non lo ritenevo possibile. Neanche una voce stonata, neanche un accenno, un nonnulla a qualcosa di più sui Pitti che non puzzasse necessariamente di cadavere. C’era solo una spiegazione plausibile: con ogni probabilità i Pitti erano veramente un popolo di bestie crudeli e selvagge, che indossavano pelli di animali e amavano più d’ogni altra cosa veder scorrere il sangue. Possibilmente a fiumi. Possibilmente quello degli altri.

E noi di Begorath, noi del Loch, ne eravamo, in qualche misura, i discendenti.
Tuttavia ciò che non raccontarono i romani, ci disse il professore di Milton, ce lo stavano raccontando, proprio in quei giorni, le pietre. Infatti, in seguito a dei lavori per l’ampliamento della tratta ferroviaria sino al Loch, città candidate Lochend e la stessa Milton, che poi avrebbe vinto ed avuto la sua stazione ferroviaria, erano state riportate alla luce delle antiche pietre scolpite, certamente risalenti ai Pitti. In seguito alla scoperta il governo diede inizio ad una campagna di scavi nei dintorni, un cantiere dei quali era stato aperto in un luogo della Selva di Dubhcrainn non particolarmente distante da Begorath. La parola “cantiere” mi colpì: mi immaginavo degli operai edili, come mio padre, che scavavano alacremente con le ruspe alla ricerca di tesori sepolti, ma scacciai quell’immagine dalla mente: mi parve subito troppo prosaica. Il professore di Milton avrebbe dovuto accompagnarci agli scavi il giorno dopo, ma dovette tornare in fretta e furia a Londra, per motivi che nessuno sa con certezza. Qualche malelingua andava dicendo che l’improvvisa partenza dello stimato professore avrebbe avuto a che fare con la passione di Alan Alpine, il padre della signorina Alpine, per la caccia, i fucili e l’onore di sua figlia. Gli scavi si interruppero quel giorno per non essere mai più ripresi, il professore di Milton non si fece più rivedere. Io rimasi con il desiderio inespresso di poter toccare queste antiche pietre. Allora non era vero che i Pitti non facevano altro che andare in guerra ed uccidere tutto ciò che gli capitasse a tiro! Avevano anche altri interessi nella vita.

Ed io dovevo soddisfare la mia curiosità.

Oramai ero in ballo.

Il sentiero avrei sempre potuto percorrerlo in discesa dopo. Dopo, si. Perché nella fredda luce lunare avevo intravisto un riflesso tra le querce sulla collina. E sapevo anche di che cosa si trattasse, per averne avuto esperienza mille volte quando andavo a trovare mio padre a lavoro appena uscito da scuola. Era un pezzo di nastro catarifrangente giallo, di quelli che si usano per delimitare gli incidenti d’auto, le frane ai bordi delle strade… o i cantieri.

L’alba mi colse che ero quasi arrivato in cima. Non avevo assolutamente calcolato le distanze. La collina sembrava molto più vicina. Appena vidi il sole rabbrividii. In un istante mi colpì la piena consapevolezza di ciò che avevo fatto, di ciò che stavo facendo.

Ero scappato.

Di notte.

Ero andato nel bosco.

Mi ero perso.

E non stavo cercando di tornare a casa.

Giunsi in cima e risolsi subito il primo mistero: il fragore d’acqua. Già quando l’avevo udito la prima volta, un’ora prima, mi ero scoperto a pensare che il rumore dell’acqua sulla scogliera assomigliasse, da lontano, al ruggito sommesso che faceva l’escavatrice che ogni tanto mio padre adoperava a lavoro. Non era somiglianza, era identità, come avrebbe rimarcato con orgoglio il mio docente di filosofia al liceo, il Signor Strand. Era infatti una escavatrice. Ferma, ma col motore accesso che rombava spargendo un odore di nafta che la rendeva ancora più aliena rispetto al posto in cui si trovava. Ripensai all’idea che mi ero fatto a scuola dei cantieri archeologici: proprio come i cantieri dove lavorava mio padre, alla fine!

In piedi, accanto alla macchina, c’era un uomo, un soldato in divisa. Sulla divisa, sulla ruspa e persino sul nastro catarifrangente giallo c’era la medesima scritta: NATO. Nonostante avessi solo sei anni sapevo cosa fosse la NATO: guai.

Nel 1959, giunse l’esercito al Loch. Avevano l’ordine di recintare una porzione non piccola di boschi per farne un campo d’addestramento speciale per gli incursori della marina. Si rivelò una mezza bufala, per fortuna. Nel senso che i militari recintarono l’area e proibirono severamente l’acceso a chiunque non fosse autorizzato, ma di operazioni militari all’interno, per un po’ di anni, non se ne ebbe nemmeno il sentore. Tant’è che la gente del Loch, specialmente i cacciatori, pian piano rimossero porzioni sempre più ampie della recinzione, tornando così ad appropriarsi del loro bosco.

Poi, nel ’63, l’anno in cui nacqui, il campo d’addestramento fu messo a disposizione della NATO. In pochi anni si riempì di americani che, a valle, a neanche dieci miglia da Begorath, edificarono una vera e propria base.

Non fu una scelta felice. La gente del Loch e delle Highlands reagì molto male. Già non amavano i pochissimi turisti che allora giungevano dalle nostri parti. Dopo tre generazioni i nipoti degli immigrati dall’Inghilterra o dall’Irlanda ancora venivano chiamati “gli stranieri”. Alla presenza dei militari quelli del Loch se la presero a male, sul personale direi. Da subito fu chiaro che gli americani non potevano azzardarsi a mettere il naso fuori dalla loro base del cazzo. A Braefild, Jack, uno dei ragazzi di Murray, si beccò sette anni di carcere per aver accoltellato un soldato in libera uscita che aveva osato appena posare lo sguardo sulla sorella. Un gruppo di contestatori provenienti da tutto il regno aveva bivaccato nei pressi del campo per settimane, lanciando insulti e uova marce a chiunque ne entrasse o ne uscisse. Quando finirono le uova cominciarono coi sassi. A quel punto intervenne la polizia. Il casino che ne seguì convinse tutti che sarebbe stato meglio se la gente del Loch avesse ignorato gli americani e se gli americani non avessero messo mai più piede nei paesi del Loch. Se ne potevano andare a Inverness a spadroneggiare con la loro arroganza transatlantica!

La loro presenza nel cuore di Dubcrainn era, quindi, ancora più strana e sorprendente delle pietre incise tra le quali, me ne accorsi solo in quel momento, mi stavo muovendo.

Si trattava di pietre alte, ma non altissime. Anzi parecchio più basse delle pietre di Stonhenge che avevo visto alla BBC. Comunque più alte di me. Erano scolpite in profondità, ma i solchi erano ricoperti da ciuffi di muschio bruno e da incrostazioni di terra. Solo allontanandosi di qualche passo era possibile coglierne il disegno nella sua interezza, ricostruendo con la fantasia e l’intuito i tratti cancellati dal tempo. In particolare quella che stavo osservando recava un disegno spiraliforme, circolare, complesso. Nell’intreccio delle linee curve intravedevo a tratti sembianze di animali, alberi, mostri…
«Ehi! Ragazzino! Che ci fai qua!?», la voce era alle mie spalle e mi sentì sfiorare la testa da una mano gentile.
«Sta tranquillo! Non voglio farti del male. Sono un militare, vedi?», mi disse accennando a mostrarmi i gradi, come se potessero per me significare qualcosa, qualcosa di rassicurante.
«Che ci fai qui solo a quest’ora? Allora dove è tua madre? Lo sa che sei qui? Scommetto che in questo momento ti sta cercando ed è mezza morta di paura.»
L’immagine di mia madre addolorata mi restituì la prontezza di spirito. E risposi come mi era stato insegnato.
«Fatti gli affari tuoi, americano! Mia madre scoppia di salute. E quando mio padre saprà che mi hai spaventato ti farà sputare i denti a calci!»
Ma forse ero stato un po’ troppo spaccone. Solo. Nessuno sapeva dove fossi. Forse avevano già cominciato a cercarmi, ma chissà quanto tempo ci avrebbero messo a trovarmi.
Intanto l’uomo mi guardava divertito.
«Allora credo che ti manderò il conto del mio dentista. Perché adesso tu mi dici dove sta casa tua ed io ti ci riporto. Senza storie. Marsch!»
Sono sempre rimasto in contatto, negli anni, col maggiore Stevens che, ripensandoci, quel giorno mi tirò fuori proprio da un brutto pasticcio. Ci siamo scritti. Per tanti anni, a Natale, mi ha spedito ora un cappellino della NASA, ora una carta stellare, nel ’72 addirittura un modellino dell’Apollo 11. Poi ci siamo rincontrati nel 1989 a Berlino, ed è stato bellissimo! E poi ci siamo ancora scritti per e-mail fino a che non se ne è andato, nel ’94, dopo una vita lunga e piena di soddisfazioni. Ma quella mattinata del 21 luglio quando mi riportò a casa, sotto gli occhi furenti dell’intera Begorath che nel frattempo si era mobilitata per le ricerche, lo odiai con tutte le mie forze. Lo odiai perché aveva scritto un finale infantile per la mia avventura coraggiosa. Lo odiai perché mio padre, costretto a ringraziare con riconoscenza un americano, andò in bestia e mi diede uno schiaffo. Lo odiai perché mia madre me ne dette molti di più una volta a casa, Nina non fiatò neanche, e perché dovetti sorbirmi il suo sguardo di fredda riprovazione per quasi un mese intero. Ma più di ogni altra co-sa lo odiai perché ero diventato lo zimbello dei miei amici.

E fu proprio per rimediare a quella insostenibile perdita di status che, di lì a poco, mi sarei cacciato in un guaio ancora più grosso.

E poi, quella ruspa…

Non stava riportando alla luce una specie di… fontana?

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begorath uno.

Mi chiamo Jim Bloomfield. Da bambino volevo fare l’astronauta.

E quella che sto per raccontarvi è una storia vera.

Era il 20 luglio del 1969, il giorno dello sbarco sulla Luna, e io avevo sei anni.
Non era la prima volta che mi alzavo prima dell’alba. Ogni volta che accompagnavo mia madre a Edimburgo per la sua visita di controllo bimestrale dal dottor Shyles, ci alzavamo prestissimo. La corriera che portava a Inverness partiva alle 06:00 spaccate, e da lì avremmo preso il treno per la bella Edimburgo, la città di Conan Doyle, che divenne nell’adolescenza uno dei miei autori favoriti. Mia madre mi svegliava nel cuore della notte sempre con la stessa frase, la stessa fino al 18 gennaio del ’86, quando morì e io già mi ero trasferito a Inverness, dopo il matrimonio e la laurea presa a Londra, e continuavo ad accompagnarla:
«Jim, tesoro. Dobbiamo andare.»
Al che io puntualmente rispondevo, fino al fatidico 18 gennaio:
«Si, mamma.»

Comunque sia, alle ore 04:56, ora di Begorath, Scozia (ore 22:56 di Houston, Texas, quindi da noi era già il 21) Neil Armstrong mise piede sulla luna e si fece la passeggiata più famosa della storia del mondo.

Questo è il ricordo più nitido che abbia della mia infanzia: non appena il vecchio Neil mise piede sul suolo bianco sporco, io mi precipitai alla finestra per osservare la Luna, protendendo così fortemente lo sguardo oltre lo spazio infinito fin verso gli astri, che per poco non mi uscirono gli occhi dalle orbite. Ricordo, persino nel lasso di tempo che trascorse tra il mio affacciarmi così teso verso il cielo ed il riceverlo, lo scappellotto bonario di mio padre che seguì. Era il suo modo di fare, di insegnare, di essere padre: una versione addolcita delle bastonate che nonno Angus gli rifilò a suo tempo per insegnarli la buona creanza e mettergli un po’ di sale in zucca, come era usanza tra quel popolo di pesci in barile che sono le comunità che sorgono nei pressi del Loch, il Lago. Ricordo pochissime sgridate da parte sua ed un solo suo schiaffo, che mi avrebbe dato di lì a poche ore. Per il resto solo una lunga, lunghissima, direi interminabile sequenza di scappellotti bonari che si accompagnavano regolarmente ad ogni lezione di vita.
«Papà! MacNamara dice che Babbo Natale non esiste!»
Scappellotto bonario.
«Santo Dio, Jim! Cosa aspetti a suonargliele!»
Oppure:
«Sai pà? Troy O’Connor, l’irlandese. È tornato dalla fiera di Beaufort Castle in sella ad un Clysdel che ha vinto alla riffa dei Bal…»
Scappellotto bonario.
«Idiota! Quante volte ti ho detto che quel pezzente irlandese non lo devi neanche nominare in questa casa?! E poi si dice Clydesdale, hai capito? Clydesdale.»
Ma anche:
«Papà. Ho chiesto a Tara Ballyon di sposarmi!»

Si fece serio. Non pretendevo certo che mi rispondesse, però…
«Hai 18 anni Jim! Non fare la mia fine! Dammi retta: guardati un po’ in giro. Dagli un’occhiata a questo mondo… Fai felice me e tua madre. È l’ultima cosa che da padre ti chiedo, perché oramai sei adulto… Và all’università. Va a Londra. Almeno provaci. Io non ho mai avuto modo di uscire da questo buco del culo del mondo, e l’Onnipotente mi è testimone che lo avrei voluto, con tutte le mie forze! Sono l’unica persona a Begorath che vede di buon occhio il turismo… La realtà è che vedere ogni tanto gente nuova ci vuole, altrimenti rischi di diventare scemo e di scordarti che esiste un mondo oltre questo paese, oltre il Loch, oltre questa stramaledetta Scozia! Ti ricordi quel giorno… quando Bill Armstrong…»
«Neil, pà… si chiamava Neil.»
«Neil, Bill… che differenza fa? Ti ricordi? Ti ricordi che corresti alla finestra per vedere gli astronauti? Eri così ingenuo…»
«Si. Non ero granché sveglio, per un Bloomfield di sei anni… Dalle Highlands non si distingue un uomo a più di un miglio… ed io pensavo di vedere fin sopra la Luna…»

Mio padre sorrise debolmente e mi fece un cenno con il mignolo destro. Non ne faceva da settimane. I dottori avevano detto che il Parkinson era all’ultimo stadio degenerativo, che non si sarebbe più mosso, che avrebbe a malapena cercato di biascicare qualche parola, che dovevamo stargli vicino perché di lì a poco non sarebbe “più stato in grado di comunicarci i suoi bisogni”. Poi disse:
«Non hai capito Jim. La Luna… la Luna, capisci? Non potevi vederla…»
«Si, pà. Non potevo.»
«No… Era… era dall’altro lato della casa! Dovevi andare alla finestra della tua camera per vederla!»

Il suo ultimo scappellotto bonario. Il giorno dopo se ne andò, lasciando mia madre nella disperazione. Partii per Londra, per laurearmi. Con mia moglie. Dopo essermi sposato.

Ma dobbiamo tornare un attimo a quel giorno di luglio.

Quello scappellotto mi aveva colto impreparato. Indispettito. Offeso. Non ero sciocco! Non pretendevo certo di vedere gli astronauti da casa. Io… volevo partecipare. Volevo guardare coi miei occhi la stessa Luna su cui stava camminando Neil. Ciò che ricordo con maggior nitore è che la delusione che provai quando in cielo non vidi la Luna mi precipitò in un istante nel vuoto e nello smarrimento profondo: era la prima volta, nei miei sei anni di vita, che provavo un’emozione così vivida. Poi arrivo il buffetto gentile di mio padre.

Esplosi.

E corsi via piangendo.

Ogni tanto capitava, quando mia madre me ne dava un paio di quelle buone dopo che ne avevo combinata una delle mie. Correvo in stanza a piangere. A volte, se ero particolarmente fortunato, ci trovavo mia sorella, che immancabilmente mi consolava e diceva:
«Mamma! Non essere così severa con Jimmy!»
«O impara adesso o non impara più! Mi ammazzo di fatica per tenere in ordine la casa, mentre vostro padre è fuori per lavoro. Il mio lavoro va rispettato come quello di Sean! Solo perché non è pagato non vuol dire che non sia lavoro! E tu, Nina, che gli anni di Jim non li hai più da un pezzo, dovresti capirlo più di chiunque altro in questa casa, e darmi una mano! E invece no! Per Dio! Passi le tue ore ad ascoltare quella… quella… non so neanche come definire il ciarpame che ascolti sul tuo giracoso e a leggere quelle riviste di capelloni che ti fai arrivare da Londra! E non so neanche perché tuo padre continui a pagartele senza dire una parola. Anzi… lo sai che ti dico Nina? Che ieri ho beccato tuo padre che le stava sfogliando divertito. Capisci? Divertito! Stamattina mentre usciva lo sai che stava fischiettando? Quella roba là… quella cosa che abbiamo visto alla tele ieri sera… da Londra… Con i Roland Stones che dicevano “Lascia che sanguini!” O Vergine Maria!»
Già perché a dispetto di ogni probabilità, la famiglia di Sean Bloomfield era l’unica, orgogliosa, proprietaria in tutta Begorath di un apparecchio televisivo, fin dal 1968, quando il signor Bloomfield lo vinse alla riffa annuale della fiera di Beaufort Castle. E il bello è che mio padre non ne fu, all’epoca, granché contento, perché aveva acquistato un bel mucchio di biglietti interessato al secondo premio: lo stallone Clydesdale dei Ballyon. Non c’era altro modo, per le scarse finanze della gente del Loch, di procurarsi una di quelle bestie eccezionali, la cui fama era giunta fino a Londra, tant’è che la principessa Margaret in persona un giorno giunse nella tenuta dei Ballyon per acquistarne uno. Il superbo stallone Clydesdale dei Ballyon era sempre stato il primo premio. Quell’anno, vedersi spodestato da una scatola di latta si dice sia stata la cagione del crepacuore di Somerled, il patriarca del vecchio Clan che, trascorsi gli antichi fasti della nobiltà terriera, aveva trovato nuovo prestigio nell’allevamento di qualità.

Tuttavia quando, pochi anni dopo fu l’odiato irlandese Troy O’Connor, il suo nemico personale, a vincere la bestia, mio padre non se ne ebbe poi troppo a male. La televisione, infatti, gli aveva aperto le porte di un mondo incredibilmente vasto ed inesplorato. Tutto per i suoi occhi. Fu subito dopo che “il mostro” entrò in casa Bloomfield, “mostro” lo chiamava la vecchia Sineadh, la cui rimbambitaggine oramai nessuno più a Begorath scambiava per “saggezza dei vecchi”, che mio padre prese a professare in paese eretiche teorie sui benefici del turismo e sull’importanza che il Begorath si aprisse ad una comunità più vasta di visitatori.
«Oltre il Loch! Oltre la Scozia!», diceva con enfasi in piazza ai suoi amici.

Si era perfino candidato sindaco con questo programma. Prese dodici miseri voti, compreso il suo e quello di sua moglie Mairi, ma non quello di sua figlia Nina, che aveva votato per il comunista Lanegan, quattro voti, quello di sua moglie Zenda escluso perché lei “non credeva nel sistema della democrazia rappresentativa”… questi immigrati inglesi! Nessuno, tra l’altro, sapeva di chi mai fossero stati il terzo ed il quarto voto. Si scoprì molti anni dopo, quando Argyle MacArthur confessò a Padre Kenneth sul letto di morte di essersi sbagliato a votare quel giorno, di non aver mai avuto il coraggio di confessarlo e che per questo temeva per la sua anima immortale. Padre Kenneth, che era stato altrettanto segretamente il latore del quarto voto, gli rispose che, poteva starne più che certo, Dio non bada a queste cose…
Quello si che fu un brutto colpo per il mio vecchio. Il Parkinson cominciò a manifestarsi neanche un anno dopo.

Sia quel che sia, quella maledetta notte di luglio, mentre Neil saltellava con gli Dèi, mio padre maturava la definitiva decisione di candidarsi Sindaco e nessuno di noi pensava a quanta cazzo di gente stesse morendo già da qualche anno di questa o quell’altra strana malattia a Begorath e dintorni, io non corsi in camera a piangere.

Corsi fuori casa.

Solo che non se ne accorse nessuno.

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martedì 12 febbraio 2008

sogno di una sera di mezza estate.

un racconto di Leo

È sera.

Si sta facendo tardi e Andrea deve tornare a casa. Oggi ha partecipato per la prima volta ad una manifestazione con i compagni del Centro Sociale. La giornata è stata dura, la carica della celere aveva disperso tutti quanti e lui e Leo erano riusciti a sgattaiolare in un vicolo e a tagliare per i campi. Si sentivano emozionati per com’erano andate le cose. Vertigine allo stomaco, senso di vittoria, di aver fatto qualcosa di buono…

Erano rimasti d’accordo con tutti gli altri che si sarebbero rivisti al C.S.O. nel caso in cui si fossero persi, per cui, dopo aver ripreso fiato, stavano cercando di capire dove cazzo fossero finiti e soprattutto, come tornare sulla strada.

«Aho famise na canna!», tuonò Leo tutto a un tratto, come se l’essere soli in quel silenzio di campagna gli desse un nuovo coraggio e consapevolezza.

«Ma perché… tu? L’hai preso… si insomma: cel’hai??», rispose sorpreso Andrea che non aveva mai fumato prima.

«E si che ce l’ho! Me l’ha dato Darietto stamattina. A voi girà te?»

«Noo… io nun so bono a falla eh… cioè… oh Lè io nun me le so mai fatte le canne…»

Andrea era tra l’emozionato l’impaurito, la sua voce tradiva, quasi stillava, la voglia di avere più dei suoi quindici anni.

«Tranquillo mo te impari …», lo rassicurò Leo, cacciando dalla tasca del giacchetto le cartine.

Al primo tiro Andrea si senti soffocare e mancare il respiro, mentre Leo lo rassicurava ridendo divertito. Già al secondo la sensazione fu diversa: un senso di tranquillità, rilassatezza. I due ragazzini si guardarono e presero a ridere. Era estate, erano le dieci di sera, si erano fermati in una vigna apparentemente incolta, seduti per terra a fumare, a guardare il cielo con più stelle di quante ne avessero mai contate in vita loro, a pensare alla giornata trascorsa.

Leo mollò una scora atomica e Andrea cominciò a ridere. Tutti e due ridevano e se la spassavano di gusto. Era estate, si stava facendo tardi e i loro genitori li aspettavano a casa.

D’improvviso un fruscio, un latrato, un ringhio incessante li svegliò dal quel sogno.

«Leo, Oh Le...», la mano si posò sulla spalla dell’amico, lorda di sangue, le budella sparse sul terreno, un conato di vomito si strozzò in gola ad Andrea, poi un fetore, un puzzo di marcio e SANGUE.

Davanti a lui due occhi rossi giganteschi, una figura enorme, un lupo, ma più grande, troppo più grande. Il terrore poi il sapore del sangue, il suo.

Era una sera di mezz’estate e qualcuno cenava tardi.

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venerdì 1 febbraio 2008

golgotha blues.

A qualcuno capita di decidere prima il titolo del resto. È più importante, nella testa di chi fa così, il colore del fiocco del pacchetto, più che il regalo. Specialmente se il regalo non può essere altro che freddo, lucido, pesante.
Come una pistola.

«Mi scusi?», fa l’agente, con zelo gentile, perché è uno di quelli che rispettano il lavoro degli altri… almeno finché non riceve l’ordine di uccidere.
«Hm?», risponde Petra svogliato. Ed è convincente, perché non ha veramente voglia di fare questa consegna.
«Cosa c’è lì dentro?».
«Non ne ho la più pallida idea. Sa, io sarei l’omino delle consegne…».
«Ok, grazie. Vada pure.».

Petra Yavutic entra nell’hotel. Il bello del potere è che non è una cosa del tipo 1/0, c’è/non c’è, ce l’hai/non ce l’hai.
No.

Il potere ha una infinità di gradazioni. D'altronde, dice il Libro, Dio ama la meravigliosa varietà.
Chissà se amerà il tono su tono delle cervella di Kastran Karya sulle pareti giallino piscio della stanza.
Per i pezzi grossi non si muove neanche la polizia. Gli lasciano solo il lavoro di vigili urbani… così, a controllare le strade nei dintorni. Perché alla vita del capo ci pensano i suoi, quelli stretti, quelli che amano più la vita del capo della propria. E, chiaramente, il capo non va in un hotel discreto, anche se di decente categoria. Il capo va all’Hilton.
Il capo non lo ammazzi entrando nell’hotel con un pacchetto regalo dentro cui nascondi la tua Glock.
Decisamente no.

Da tutto ciò si evince che Kastran Karya non è il capo. E a voler dirla tutta, non è neanche Petra quello che ammazza il capo. Petra è quello che liquida i reggipalle, tipo questo qui.
Kastran Karya, armatore turco. Rampollo di una delle famiglie più ricche di Istanbul. Breve ma significativa carriera nell’esercito. Molti anni di militanza nel Partito Socialista Turco. Ex membro del Parlamento. Autore di un’importante riforma agraria e convinto fautore del genocidio kurdo.
Potremmo, dunque, pensare a Petra come ad una sorta di giustiziere. Sebbene al soldo di qualcosa che nessuno esiterebbe a chiamare mafia, sta nondimeno per liberare il pianeta dalla presenza di un figlio di troia patentato.

Ed arriviamo al secondo punto: a qualcuno capita di decidere che il presente cancella il passato. E che non è poi così importante che Petra si sia fatto le ossa nei campi segreti d’addestramento della C.I.A. in Kosovo. Che si sia fatto le ossa trucidando serbi così, quasi per sport, stuprando donne, divertendosi coi suoi camerati a fare il tiro al bersaglio contro i bambini che riuscivano a scappare dal “recinto”: una gabbia di contenzione, vicino al confine, nella quale si teneva prigioniera la popolazione serba catturata, in attesa di decidere se ammazzarli, torturarli a morte o farli sparire in altre fantasiose maniere.

Forse è proprio così: Petra adesso sta pareggiando i conti. La giustizia poetica lo vorrebbe ferito a morte, dopo aver portato a termine il suo compito di assassino, ma Petra non vuole morire. Ancora quattro o cinque incarichi del genere ed avrà messo da parte abbastanza denaro da potersi permettere un villone in Slovenia, con le tre P: parco, piscina e puttane.

Intanto l’ascensore è quasi arrivato al quinto piano. Non è cortese, Petra lo sa, ma ha già scartato il regalo ed avvitato il silenziatore. Sarà comunque una sorpresa, ne è certo.
Le porte non hanno nemmeno finito di aprirsi che i due gorilla di guardia alla suite stanno già viaggiando verso il Creatore, per vedere un po’ se possono cavarsela con qualche millennio di Purgatorio o se saranno eliminati dal Grande Fratello cosmico.
Un violento calcio alla porta e Petra lo trova seduto su una poltrona di pelle verde. Carina: ne vorrà una uguale nel suo villone.
Kastran neanche ci prova a muoversi. Si gioca la sua unica, ultima carta.
«Quanto?», chiede Karya.
«Abbastanza per pagarmi una trasferta permanente su Marte. Perché se non ti ammazzo non avrò un posto su questo pianeta dove stare al sicuro a godermi i tuoi soldi.».
«Un posto c’è. In Turchia. Posso darti la cittadinanza. Potere… e soldi.».


E qui arriviamo al terzo punto: a qualcuno capita di decidere che le cose della vita vanno come le cose dei film.
Purtroppo, purtroppo per Kastran Karya, non è così.

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domenica 8 luglio 2007

auto e foglie.

un racconto di Kla

È notte nei vicoli scuri di Pietra Sperone.

I sampietrini grigi amplificano il freddo d'autunno. Le foglie secche si rifiutano di morire, non cedono il passo al divenire arida polvere. È il mese dei morti, ma le foglie non scricchiolano.

L'acqua le ha rese scivolose, putride. Cibo per vermi, funghi e lumache. I passi sono sordi. Senza rumore entrano nell'auto parcheggiata sotto al muro della A.S.L.

Il silenzio avvolge l'R4 bianca, il chiudersi degli sportelli lo rompe.Oh Porca Troja! Cazzo! Gigi Metti In Moto ... Sbrigateeeeee!

Tum..Spraschhh. Il vetro posteriore si crepa in un mosaico lattiginoso sotto i colpi della spranga.

Merda i fasci! Metti In Moto! Cristo! Parti Gigi Partiii. Oh Porca Puttana Bastardo Fascio De Merda!

Luca alterna sportellate e calci contro uno dei quattro. Gli altri prendono a mazzate l'R4. Uno è salito sul tettino e cerca di sfondare il parabrezza. Gigi è impietrito, sente solo botte e strilli, ma non riesce a mettere in moto la macchina.

Accendi 'Sta Cazzo De Machina, Acciacca 'Ste Merde!

Pochi attimi bastano al pizzettaro per capire la situazione. Esce fuori dalla pizzeria tranquillo, con la cicca accesa fra le labbra. Mezzo giro orizzontale di pala stende il primo. Mezzo giro verticale di pala stende il secondo. Una tirata di cicca infiamma la brace e ne illumina il volto. Con due dita piazza la sigaretta precisa in mezzo agli occhi del terzo. Con il manico della pala gli buca un polmone.

Il quarto è di Luca che ha compresso la rabbia in trappola, ora la lascia esplodere come il Krakatoa. Una sportellata attacca l'infame al muro, con un calcio alle palle lo piega a soffietto, la ginocchiata che segue spacca labbro e denti. Una mano sotto al mento lo ancora di nuovo al muro. Il pugno che ha caricato oltrepasserà testa e cemento. Gigi è alienato. È lì vicino con lo sguardo fisso perso nel vuoto mentre la chiave dell'R4 trafigge la gola del fascio. La gira come per mettere in moto. Il sangue zampilla, l'auto si tinge di rosso.

È il mese dei morti. Le foglie non vogliono morire, qualcun altro non dice di sì.

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venerdì 1 giugno 2007

centurione.

un racconto di Leo
Flavio, nato e cresciuto a Testaccio, a ridosso di quel campo di pozzolana che vide nascere l’A.S. Roma, non poteva che avere uno e un solo grande amore.

A dieci anni il padre Cesare lo aveva portato all’Olimpico per la prima volta.

L’emozione provata quel giorno Flavio la ricorda, la ricorda come la più grande mai provata. La mitica Curva Sud, i fumogeni, i bandieroni, tutta quella gente, ma soprattutto Cesare.

Cesare non era il vero padre di Flavio, ché il padre non lo aveva mai conosciuto, ma alla fine che importava? Gli voleva bene e soprattutto gli aveva donato la cosa più bella di tutte, la più importante tra le più frivole: il calcio, la ROMA.

Gli anni passarono velocemente e Flavio cresceva tra scuola, campi di calcio e stadio.

A 15 anni la prima trasferta da solo, Firenze. Poi una carriera da ultrà di tutto rispetto, nel frattempo il diploma di geometra e l’abbandono degli studi, ma nel suo cuore sempre e solo un amore e una passione, la Roma, sempre la ROMA!

E poi arrivarono i tempi delle risse, delle cariche della celere, degli scontri fuori e dentro lo stadio.

Arrivò anche il primo arresto per tafferugli e la prima diffida. Un anno.

Al suo ritorno in curva, il sogno che si avvera: si era meritato un soprannome e tutti ormai lo conoscevano. Uno striscione tutto per lui recitava: BENTORNATO CENTURIÒ!!! Era firmato C.U.C.S.!

Cesare non ci andava più allo stadio, già da qualche anno, e Flavio aveva ereditato il suo posto nel cuore della curva, spalle al campo, viso verso la sua gente e megafono in mano!

La Curva Sud, L’A.S. Roma… la sua vita…

…lo stiamo perdendo, presto portatelo via …!
Le voci intorno a lui sempre più ovattate, il freddo, il buio.
La lama è entrata troppo in profondità e ha reciso l’arteria femorale… questo qui non ci arriva vivo…

L’ultima rissa. Non si può morire a 26 anni per una partita di calcio! No, non si può… o meglio... non si dovrebbe…

CIAO CENTURIÒ!!!

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la stagione delle nebbie: cinque.

Ci sono le giornate giuste, quelle che cominciano con te che mandi affanculo il capo, ti becchi la liquidazione e la sera te ne vai col bulgaro alla Palma a sentire Dawn Penn e a spaccarti di erba.
Poi ci sono le giornate di merda, quelle che mandi affanculo il capo, prendi la liquidazione, vai alla Palma col bulgaro. Poi scopri che il tizio del bulgaro gli ha dato buca e che non avete neanche uno spino di marocco. Quelle che Dawn Penn è talmente rovinata dal jet lag che sale sul palco che è quasi l’una, fa due pezzi e se ne va, lasciando il posto ad un testa di cazzo giamaicano che nessuno si è mai inculato e che si mette pure a prendere per il culo la gente canticchiando: Come on italians! Everybody now: Ma-fia, ma-fia!!

Ma vaffanculo, negro del cazzo!! Lucio aveva sopportato abbastanza per quella sera.

Un tale del Reggae Project, con la faccia da centro sociale gli si avvicinò.
A stronzo! A chi è che hai detto negro del cazzo? Eh?
A te, merda,
fu la sua replica gelida. Subito il bulgaro si intromise.
Lucio! Lascia perdere. Andiamo via.
Lascia perdere un cazzo. Stammi a sentire, curre curre guagliò, ho cacciato dieci euri per venirmi a sentire Dawn Penn. Sta sfondata di stanchezza? Va bene, ci passo sopra. Ma questo testa di cazzo che a me, a me, mi viene a fare mafia mafia… te lo ficchi in culo! Hai capito!
Senti, fratello, Brother Jonas viene dal sottoproletariato di Kingston e…
Non me ne frega un cazzo da dove viene! Mafia mafia lo andasse a dire a negronia o da dove cazzo viene.

A fascio!
Fascio a me?! Mafia mafia e fascio… mghr


L’ultimo fu un rantolo di pura rabbia. Non era quella la giornata per fare pippa. Non quella cominciata mandando affanculo il capo. Lucio strinse la mano a pungo… e il bulgaro, alla fine, non se la sentì di lasciarlo solo.

Mentre quelli del Reggae Project li caricavano di calci, il bulgaro faceva mente locale su quale fosse il pronto soccorso più vicino…

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giovedì 31 maggio 2007

bisognava sapere come.

un racconto di Leo
…Solo Horadrim, la spada di luce, può fermare il lich!

Queste parole riecheggiavano nella mente del vecchio mago!
Strinse l’elsa della spada nella mano. Il non morto lo guardava con aria di sfida. Entrambe sapevano che uno dei due non ce l’avrebbe fatta. Lo stregone sarebbe morto per l’incantesimo del lich, o il non morto avrebbe subito sconfitta per mezzo della Lama di Luce, o peggio,sarebbero morti entrambi.

Interminabili attimi… la saggezza di mille anni, il ricordo dei suoi discepoli, tutto intorno a lui sembrava ovattato e rallentato.

Lo domineremo. Prenderemo il suo potere e lo faremo nostro! – Rumne, Amaros e SSiin, questo era l’intento dei 3 discepoli di Kaeleber.

Ho fatto scempio dei loro corpi e tratto nutrimento dalle loro anime. Cedimi la spada e morirai di una morte indolore.
Le parole del Lich rimbombavano nella sala grande del mausoleo come una tempesta di tuoni.
Gli occhi del vecchio mago caddero sui corpi martoriati dei giovani stolti…

Attimi di silenzio, nessuno dei due aveva coraggio a fare la prima mossa.
Quando questo silenzio fu rotto dalle parole del vecchio mago.

Maestro! Sono giunto fin qui per apprendere le tue arti e dominare il mondo al tuo fianco. Loro volevano fermarti e assimilare il tuo potere, ma tu, oh grande, li hai fermati!Fai di me tuo discepolo, te ne prego!

Lo stregone non morto sussulto a quelle parole. Mai avrebbe immaginato che il mago bianco, devoto alla luce, possessore di Horadrim, si sarebbe rivolto a lui in quel modo.

Dammi prova della tua fedeltà! – tuonò il non morto. – Fuori del mio mausoleo, il tuo amico elfo combatte contro i miei ghoul, recita su di lui l’incantesimo di morte, e sarai mio discepolo.

Le parole dell’incantesimo uscirono dalla bocca del vecchio mago, così come le lacrime solcarono il suo viso. Impercettibilmente.

E il lich lo fece suo!
Si poteva fare, certo. Ma bisognava sapere come...

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lunedì 21 maggio 2007

la stagione delle nebbie: quattro.

Ora stavano passeggiando, come vecchi amici, sotto la pioggia che aveva ricominciato a cadere con un placido scroscio.

Fammi capire: tu sei l’angelo del suicidio?
Del tuo suicidio!, rimarcò lui con orgoglio.

Gli diede una pacca cameratesca sulle spalle.
Guarda che lo conoscono tutti il loro angelo nero, quelli che si ammazzano, come te. Solo che lo vedono alla fine… nelle ultime due, tre ore prima di farla finita. Per te ho fatto un’eccezione, perché sei un tipo molto simpatico, e mi mancherai.
Ma come fai ad essere così sicuro che mi ammazzerò? E se cambiassi idea?
Non lo farai, altrimenti non sarei mai venuto da te. Solo quelli che poi lo fanno per davvero ci vedono. Sennò te lo immagini: una mandria di adolescenti con le loro crisette da liceali ricoverati in massa al C.I.M. perché dicono di aver conosciuto l’angelo della morte!
, ci si fece una risata sopra.
Allora il mio destino è segnato. Non ho più scampo…
Alt! Alt! Non cominciamo a scaricare le responsabilità! Sei tu che hai deciso di suicidarti. E fai sul serio. Adesso per qualche giorno ci girerai intorno. Poi uno o due giorni prima di farlo sarai anche di buonumore altrimenti come faranno i tuoi amici e parenti a dire: «Si. Era un po’ depresso, ma ultimamente mi sembrava più sereno...», è un classico del TG Regionale. E poi… ci hai già pensato?
A come farlo? No, non ancora.
Così ad occhio non sei un tipo da morte lenta, tipo gas o taglio delle vene: non hai pazienza. No, un bel salto nel vuoto… è ancora un grande classico. E se ti scagli da un posto bello alto… non avrai scampo, non ti preoccupare. Non finirai su una sedia a rotelle.


Acciari lo guardò con aria interrogativa, come se avesse appena capito che…
Esattamente! – disse lui, come leggendo nel suo pensiero – Un consulente! Una specie di consulente di morte. Io ho il compito di fare in modo che tu abbia la morte che meriti, la tua morte. Fatta su misura per te. Ho una vasta conoscenza in materia e sono a tua disposizione per qualsiasi consiglio o accorgimento. Ti prego solo di una cosa: né impiccagioni, né veleni, né armi da fuoco… – la sua voce si fece scura – …mi ricordano troppo la pena di morte.
Sei contrario?
Profondamente. È un atto infame. Solo l’individuo è padrone della propria vita. E poi l’idea di una morte di stato… Maiali fascisti!
Lo sai che se avessi avuto un amico come te non mi sarebbe mai passato per la testa di farmi fuori?
E invece guarda che strano: mi hai conosciuto proprio perché hai deciso di farlo…

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la stagione delle nebbie: tre.

Cannabis, sola consolazione del mondo! Specialmente quando ti toccano due mesi di fila di bassa manovalanza, al cantiere di Velletrani. A lui piaceva spalare ghiaia. Lo stridio della pala nel mucchio di sassolini lo tranquillizzava. Prendeva il ritmo di un dub nella sua testa e via… Ma c’era da impastare la calce, scaricare i laterizi, trascinare per il cantiere carrette e carrette di calcinacci. Decisamente non era un lavoro che si potesse fare senza canne. Possibilmente tante. Quel giorno poi era speciale: ultimo giorno di lavoro… e di paga. La sera prima aveva già sentito il bulgaro, che aveva preso i biglietti per Dawn Penn alla Palma. Oltre a mezz’etto.

Eh, già – si disse – stasera s…

Lucio, i pannelli! Lucio, oh!

Lucio si girò di scatto, traballando un po’. La pala era ancora infilata nel cumulo di ghiaia.
Se hai finito con la breccia, e se non sei troppo rincoglionito, è arrivato il camion con i pannelli. Aiuta a scaricare, cammina!

Senza dire una parola Lucio caracollò con lentezza studiata verso il camion, aiutò i ragazzi dello smorzo ad aprire le rive laterali e cominciò a scaricare i pannelli di legno giallo, accatastandoli con cura in una zona pulita del cantiere. Quando ebbe finito il capo andò da lui.
Lucio… però così non va! A me non me ne frega un cazzo che ti ammazzi di canne, ma la giornata te la devi guadagnare, chiaro? Per fortuna che è finita! A settembre, fai il piacere: non tornare che non ti prendo. Qua è pieno di rumeni che lavorano il triplo di te… e se voglio li pago la metà.

Bravo, complimenti! – fu il suo commento – E scommetto che li ricatti pure con la storia del permesso di soggiorno!

Velletrani, nervoso, prese il portafogli e gli mise in mano una banconota da 500, fresca di banca, crocchiante.
Tò! E vaffanculo!

Lucio sorrise stancamente, raccolse le sue poche cose, e si allontanò dal cantiere canticchiando: Get up, stand up! Stand up for your rights! Get up, stand up, don’t give…

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la stagione delle nebbie: due.

I capelli viola non se li tingeva più. L’anno prima aveva trovato in un porno shop una parrucca che faceva al caso suo. Non erano belli come i capelli naturali, no. Non facevano lo stesso effetto, ma per succhiare cazzi decise che, alla fin fine, potevano anche andare. Tranne nei casi come quel giorno, quando Remo, scansandoglieli dal viso per favorire l’inquadratura della telecamera, gli aveva levato la parrucca.

Stop! Ma dai! Ma così non gli viene duro neanche a Rocco Siffredi!

Gli altri operatori e gli inservienti del set risero di cuore.
Remo no, continuava a spingerle il pene tra le labbra.

Gira, gira! – urlava frenetico – Che sto per venire!

Lidia si alzò di scatto, e Remo si mise una mano sull’uccello per contenere l’eiaculazione. Poi corse al bagno, accompagnato dalle risate generali.

Lidia! – la apostrofò il regista – Ma che cazzo combini con quella parrucca. Già fa schifo, almeno fissala bene!
Senti, Gianni: il
Glande freddo è quasi finito. Ora non sarà quest’ultima venuta a decidere le sorti del film. Io non ce la faccio più. Tanto avevo già deciso di smettere.

Gianni fissò Lidia senza dire nulla. Erano amici da tanto tempo. Avevano cominciato insieme una decina d’anni prima quando lei, appena diciottenne, lo coinvolse come DJ in una serie di spettacoli sexy/goth nei locali di Roma. Il passaggio al porno era stato spontaneo, e non si può dire che non si fossero divertiti, oltre a mettere da parte una discreta somma. Ma Gianni lo capiva. Non è un cosa che dura per sempre. Se lo aspettava.

Ok, d’accordo, Lidia. Finiamo qua.

Remo era appena uscito dal bagno. Un ragazzone palestrato e abbronzantissimo. Aveva sentito tutto.

Ci mancherai, Lidia…, disse. E qualcuno degli operatori poi giurò di averlo visto piangere in camerino.

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la stagione delle nebbie: uno.

Una t-shirt verde, senza scritte. Jeans a campana e converse blu. Un basco grigio, di quelli estivi. Infatti era estate, ma pioveva e faceva freddo. La pioggia rigava la vetrina della boutique arancione e bianca. La pioggia rigava i suoi occhiali spessi, con la montatura nera. Le lacrime rigavano le sue guance. Neanche trenta passi lo separavano dalla piazza.
In un’altra vita ricordava uno spettacolo di circensi ambulanti tedeschi. Avevano montato le loro impalcature, le luci illuminavano il duomo, e volteggiavano leggeri sulla folla. Alla fine dello spettacolo, lo speaker sollecitò l’obolo da parte degli astanti ricordando che gli immigrati italiani in Germania erano stati accolti con amicizia. Anche quella era un’altra vita.

Poi quelli del cinema avevano costruito una gigantesca fontana di legno e cartapesta che occupava tutta la piazza. una macchina con gli stuntman avrebbe dovuto tuffarcisi dentro. Anni dopo conobbe una degli stunt, Michela. Lei era anche un’attrice. Era la compagna di un amico di suo padre, che lo andava a trovare agli arresti domiciliari. Michela aveva recitato in Amore tossico. Ancora ricordava il cartellone del film, nei primi anni ’80. Gli fece una grande impressione, confermata quando, tanti anni dopo, lo vide su Rai 3. Poi il suo amico non andò più a trovare suo padre e lui non vide più Michela, neanche nei film.

Attraversò rapidamente la piazza, estremo capo nord dello struscio cittadino e giunse alla fontanella. Per fortuna era estate e nessuno si sarebbe stupito nel vederlo sciacquarsi la faccia per scrollarsi di dosso le lacrime. Poi si tuffò lentamente tra la folla. Il corso era diventato una galleria del vento freddo, di quel giugno maledetto e così pieno di sconforto.

Lui si sentiva triste e svuotato, sopraffatto da tutto, oppresso.

Gli ambulanti senza permesso di soggiorno si preparavano a sloggiare, perché erano arrivati i vigili. Veloci, raccoglievano le loro mercanzie in lenzuoli bianchi lerci. Almeno aveva smesso di piovere. Faceva freddo lo stesso. Si infilò in un bar, ma nel vedere le vetrine con pastarelle e tramezzini fu preso dalla nausea e uscì in fretta. Accelerò il passo verso il parcheggio sul retro del supermercato che, dopo l’orario di chiusura, costituiva una valida alternativa al dazio delle strisce blu.

Lo trovò seduto sul cofano della sua Panda, che fumava una sigaretta. Un’ultima goccia di pioggia, con incredibile precisione balistica, si era schiantata sulla sua Marlboro, così che ora teneva in mano un mozzicone spento.

Rimasero a fissarsi per un bel pezzo, con lui che rigirava nervosamente le chiavi della FIAT nella mano.

Ehhh… – esordì quello con il mozzicone – Allora, eccomi qua!
Che?
Eccomi qua! Sono venuto con largo anticipo ma sai, di questi tempi non ho un granché da fare, così mi sono detto: «vediamo quanto ci mette»! Tanto io non ho fretta, per ora. Beh, è possibile che debba scappare per un’urgenza, ma non ti preoccupare: al momento giusto ci sarò!, concluse con orgoglio.
Ma chi cazzo sei?! Chi ti conosce!, sbottò Acciari.
Ma perché fate sempre così? Non vi capisco! Si direbbe che abbiate tutti la mania per il melodramma, voi suicidi…

Quelle parole lo fulminarono, come un pugno allo stomaco che non ti aspetti… come un pugno allo stomaco che ti aspetti ma non sai bene quando.

Perché si, Acciari in effetti stava pensando più che seriamente al suicidio.

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mercoledì 16 maggio 2007

le ceneri del geom. magni.

È un rumore che mi da confidenza col mondo, quello della suola delle scarpe nuove che scricchiola sull’asfalto di questa città di merda. Poi, nel tempo, la pelle si usura, si riempe di tante, piccole pieghe che si adattano alla strada e non scricchiolano più. Quando non scricchioli più è il segno della resa.

Io non scricchiolo più.

Ma le mie scarpe, oggi, si. Loro si che scricchiolano.

La Roma del futuro è dunque questa: una teoria di palazzi alti, mattoncini rossi, tetti a spiovente, i piani terra per le attività commerciali, tutti sfitti. Ma al 23 c’è la meta. Il portone, il campanello… geom. Magni.

geom. Magni te lo aspetti sul campanello dell’ufficio del geom. Magni. Ma il geom. Magni se l’è messo sulla targhetta di casa. Qui, a Roma, ci abita il geom. Magni, figlio di morti di fame marchigiani, che s’è preso nel ’61 il diploma di geom. ed è entrato a lavorare allo IACP (oggi ATER) grazie al calcio in culo con rincorsa di un dott. democristiano, passato a miglior vita nel glorioso ’77. Il Magni s’è sposato la sig.ra Tina Galli, romana de Roma, dice lei, ciuciara de Fumone l’anagrafe. Se l’è sposata nel 67, dopo che, con diligenza, s’era assegnato da sé una casa popolare a Valle Aurelia. Due figli, Stefania la grande e Luigi, classe 76. Stefania ha raggiunto il dott. democristiano nel glorioso ’81 a seguito di una sfortunata overdose nei cessi del Luneur. Luigi se la ricorda a malapena, perché a casa di certe cose non si parla. In cambio sta dando il meglio di sé, ripercorrendo le fulgide orme di Stefania, solo che lui si riempie di extasy e cocco a buon mercato, sputtanandosi quasi tutti i suoi 600€ di COCOPRO.

E, visto che è il mio giorno fortunato, quello con le scarpe nuove che scricchiolano, mi apre proprio il mitico Gigi, in mutande e canottiera, con gli occhi gonfi di sonno e droga, manco l’avessero caricato di calci di prima mattina.

Mi scusi, fa lui, ho pianto tutta la notte…
E dove? In discoteca mentre tuo padre schiattava di crepacuore? Lo penso ma non lo dico, sennò invece di fare le pompe funebri finirei a fare le pompe ai negri a Termini.
Capisco… dov’è il papà?
In… in camera da letto… Ma è vero che vi conoscevate?
Si. Due anni fa ho curato le esequie di sua madre, tua nonna Piera.
Ah… nonna Piera… io stavo… ad agosto… in Grecia.
Hm. Tua madre? Non ti dispiace se ti do del tu, vero?
No, si figuri… figurati. È di là, da papà.


La Tina è triste, ma non troppo. Il geom. la lascia comunque bene, con una buona pensione di reversibilità, casa di proprietà, ed una dignitosa assicurazione sulla vita che aveva stipulato, con la prudenza tipica dei geom., nel glorioso ’89.

Sbrigate le prime formalità passiamo a parlare da affari. Sono nervoso, perché qui, sulle mattonelle lucide e lisce, color finto cotto, le mie scarpe non scricchiolano più.

Senta, fa la Tina, in più di un’occasione mio marito aveva espresso il desiderio di essere incenerito.
Cremato, corrego discretamente io.
Si, si, cosato. Ma non ne abbiamo mai parlato seriamente. Si insomma, non c’è un testamento.
No, non serve. Lei è sua moglie, è pienamente titolata per interpretare le volontà del defunto a riguardo.
Quel “pienamente titolata” la gonfia dell’orgoglio dei coglioni.
Allora si. Lo inceneriamo!

E allora inceneriamolo!

Pochi giorni dopo siamo alla Camilluccia, dove il geom. e la Tina si sono conosciuti. Il parco della Camilluccia è davvero bello. Oramai anche qui è consentito spargere le ceneri dei defunti, percui siamo tutti qui. C’è la Tina, che ha speso i primi soldi dell’assicurazione in un abito tanto sgargiante quanto ridicolo. C’è Mario, ex fidanzato di Stefania e uno di famiglia. È stato proprio Mario a fare il primo buco a Stefy, nel glorioso '79. Poi lui ne è uscito, lei no. Ma questo non lo sa nessuno, neanche io. C’è il vecchio Antonio, padre di Tina ed arteriosclerotico fino al midollo. Un gruppetto di parentame vario dalle Marche e da Roma. E c’è il mitico Gigi, strafatto di cocco da far paura, che le occhiaie gli si vedono anche attraverso i RayBan nuovi di zecca.

E c’è il prete, che gli rode un po’ il culo perché il Vaticano è contrario alla cremazione, ma siccome gli ha battezzato i figli e conosce a memoria le confessioni della Tina su tutte le corna che portava il geom. ha fatto uno strappo alla regola.

Ma le ceneri no. Lui non le sparge, quelle. Quindi ci penso io.

Ora, al parco della Camilluccia le scarpe non scricchiolano, neanche quelle nuove. Ed allora decido di andare a fare le pompe ai negri a Termini.

La prego, dice la Tina molto, molto compassata, dica due parole, che don Ersilio…
Si. Ci penso io.


Amici e compatrioti! Il geom. se n’è andato. Ha raggiunto il dott. democristiano che l’ha inserito nella vita patinata della nostra bella Roma. Ha raggiunto Stefy, che stava talmente a rota che secondo me ha chiesto a San Pietro se gli rimediava una dose prima di sbatterla a bruciare nelle fiamme dell’inferno, magari in cambio di una bella sega. Ha raggiunto nonna Piera, che se invece di venire quel Ferragosto caldissimo a morire a Roma se ne fosse restata al paese, forse a quest’ora sarebbe ancora tra noi.
Per sua stessa volontà il caro estinto ha chiesto di essere incenerito. Credo perché, in un angolo del suo cervello, fosse pienamente consapevole che certe cose, certe cose sublimi nel loro squallore devono essere incenerite, chè se ne perda la memoria il prima possibile. Ed infatti, parenti e partigiani, il geom. non vi lascia una gelida pietra sulla quale piangere negli anni a venire, ma un mucchietto di ceneri sul quale estinguere oggi, ed in un solo colpo, tutto il vostro lutto pezzente. Se al mondo, cari compagni di merende, ci fosse un po’ di coerenza, il mitico Gigi dovrebbe sniffarsi le ceneri di papà.


E amen.

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martedì 15 maggio 2007

nosejobs vampyrium.

Nose… che?
Hm, nosejobs! Dai, non dirmi che non ne hai mai sentito parlare!
Veramente no. E non riesco ad immaginare neanche che roba sia.


Flavia sorrise maliziosa tra le pieghe del vestitino leggero a fiori, molto primaverile, molto.
Beh… come spiegartelo… noi… si, insomma, noi lo facciamo tutte.

Adriana guardava divertita Flavia arrossire: non era da lei… questi nosejobs dovevano essere qualcosa di molto intrigante. E doveva essere una cosa di sesso. Si, si. E lei aveva anche l’oracolo del nuovo millennio pronta a darle una mano.

Sul motore di ricerca…
Cosmetic Surgery, Plastic Surgery Forum - Nosejobs Cost
Celebrity nosejobs

e via dicendo.

Ma… cazzo! È chirurgia plastica! Si sono tutte rifatte il naso?!
Flavia, Lidia, Cinzia, Sara… loro forse si. Si nel senso che avrebbero potuto farlo. Ma Solange, Desiree, Chantal. Loro no! Loro erano nate perfette ed avrebbero vissuto tutta la loro vita immerse in un’aura di luce. Loro i nosejobs no! Mai!

Poi la primavera si fece estate. Cominciano le feste nei giardini dei villoni dei ricchi. Questa in particolare stava sull’Appia Antica. Il dono della maestà costa ben poco. Un paio di stracci costosi e l’incantesimo più antico del mondo si fa carne, e sangue… e nosejobs.

Dai, vieni! Sarà divertente!
Flavia tirava Adriana per la manica della giacchetta finto stylish, comprata al mercato per 3€. Si stavano inoltrando in un boschetto che abbracciava tutto il lato della villa che non dava su strada.
Adesso lo facciamo, le aveva detto tutta eccitata!

Farlo qui… adesso? Ma questa è roba che si fa dal chirurgo!
Ma che idee perverse ti vengono in mente, Adri? Dal chirurgo? E perché, poi?
Ma come perché… ma dove stiamo andando?
Nel palazzo dei desideri!
Rispose Flavia enigmatica.

Vale a dire nella dependance del servo di casa, che in quanto servo di casa era stato sloggiato dal Tommy, al secolo Tommaso Morraca, figlio del più grande palazzinaro di Roma da parte di padre e della più grande puttana del Lazio da parte di madre. La casa del servo era stata adibita per quella notte a PALAZZO DEI DESIDERI.

Sul tavolino di legno nero di Ikea troneggiava un 20 grammi di cocco. Moony – Dove era la colonna sonora di quel mille e una notte.
Adriana aveva occhi solo per il cocco. Non l’aveva mai visto in vita sua. Neanche si accorse che Flavia, Chantal, Solange, Desiree e mignotte dicendo si stavano preparando al nosejob.

Ma che c’hai presente la margarita? La dolcissima voce a scora di Solange.
Il cocktail? Si. Si prende un pezzo di limone… e poi uno shottino di tequila, no?
Siiiiiii!! Anche qui è una cosa del genere… ti fai un bel tiro e poi…


Poi lo sguardo di Solange corse rapido verso Tommy, che si stava facendo spompinare da Flavia... ma in maniera... strana.

Poi…? Chiese Adriana, ma non era sicura di voler sentire la risposta.

Poi… intervenne Desiree.

Poi il servo entrò con la motosega che aveva preso nel capanno degli attrezzi. Era accesa e spargeva un allegro odore di benzina per la dependance. Dopo quindici anni di onorato servizio, trascorsi amabilmente a mandare giù merda e a fare da schiavo ad una manica di magnaccia, il servo aveva deciso che era ora di fare giustizia proletaria.

Peccato per Adriana che, davvero davvero, non c’entrava un cazzo.
Però ebbe il tempo almeno per capire cosa cazzo fossero quei nosejobs.
Flavia aveva ragione: il chirurgo non serviva.
Non per certe cose, almeno.

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lunedì 14 maggio 2007

la dea.

Poi la vide: fulgida, misteriosa e terribile come il mare in tempesta.

I suoi occhi incrociarono quelli di lei. Erano neri e profondi. La debole luce delle candele si rifletteva in quei pozzi di pece, come stelle lontane e solitarie in uno spazio infinito.

Indugiò sul suo seno, generoso e prorompente; coronato da capezzoli duri come nocciole acerbe.

Poi i fianchi torniti e scultorei, sinuose curve, come le spire d’un serpente nelle quali lo sguardo quasi si perdeva.

Scese ancora più giù: la vagina glabra stillava dolcissime perle di passione.

Lui si avvicinò alla sua dea, il suo guerriero dalla testa di porpora scalpitava, bramando il connubio carnale.

Quando le fu da presso, le parlò in un sussurro:

Sei pronta? Sei pronta per il piacere oltre il piacere? Sei pronta per il godimento oltre ogni godimento? Sei pront…

Ma lei lo interruppe bruscamente:

NOOOOOOO. MALEDETTO!! MISERABILE NULLITÀ. IO TI ODIO! TI ODIOOO!! DAL PIÙ PROFONDO CENTRO DELLA MIA STESSA ESSENZA, IO TI DISPREZZO!!! CON OGNI MIA SINGOLA FIBRA, CON OGNI MIO RESPIRO, CON OGNI MIA FORZA TI ODIOOOOOOOOOOOO. PORCO IDDIOOOO!!!!!!!

Amen.

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un mare di sonno.

Quante, quante parole… Le sento e le vedo rimbalzare da una parte all’altra della stanza. Si mischiano al fumo che galleggia nell’aria, si incrostano alle pareti.


Un bla bla bla continuo e fitto: ora sono immerso in un piccolo mare di parole. Sono un logonauta su un traballante trespolo di similpelle verde. Non ci sto capendo un cazzo, tanto per cambiare. Ma quanto è bello naufragare nelle chiacchiere degli altri! Vedere le loro bocche che si muovono e non riuscire più ad assegnare a ciascuna persona un discorso! E tutto, secondo dopo secondo, rallenta. Suoni stroboscopici che diventano un mugghiare indefinito, quasi un mare rabbioso contro scogli incrostati di catrame. Vengo trascinato ora di qua, ora di là.


Esattamente davanti a me, il divano, sporco e ingombro di persone, cappotti e giacconi. Chiudo gli occhi e me lo immagino improvvisamente sgombro. Allora faccio per sdraiarmi, ad ascoltare ancora e ancora questa ninna nanna improbabile e stonata.
Voglio andare a casa a vedere un film, fumare una sigaretta e tuffarmi nel letto, ma ho un po’ paura: fuori fa un freddo cane, e prima che parta il riscaldamento della macchina, potrei anche assiderare.


Io lo so che nelle loro chiacchiere stanno parlando anche a me, e che io non risponda debba sembrargli tremendamente scortese.


Ma chi siete? Che ci fate appesi a mezz’aria? Qui non c’è abbastanza luce. Guardatela: sta colando tutta giù per le scale. Troppe parole cacciano via la luce, e al buio nemmeno i più saggi hanno niente di importante da dire.


Nessuno mi risponde, e capisco di non aver parlato.

Rumori dalla jungla. Lo scimmione sulla sediola di plastica grigia si batte il petto.
Sono io il capo!


Una gallina impagliata fa un verso che viene dall’oltretomba: coooo co cooo. Poveraccia.


Ecco un depresso con le orecchie tappate. Credo che davvero non sappia che farsene della sua vita. Ed un altro sta gridando a squarciagola, tanto forte che non si capisce cosa stia dicendo.


Poi parla anche un venditore di pentole che ha un buco nella borsa. Le sue chiacchiere fanno clang, come le pentole. Tutti i suoi soldi scappano via da quel buco. Ma lo ha fatto lui, perché, in fondo, non è capace a portare dei pesi.


Amore mio dove sei? Voglio stare tra le tue braccia. Voglio ascoltare solo te, che mi dici che tutto andrà bene, che mi ami e che il tempo è il meraviglioso gioiello sul nostro anello nuziale. Vieni a portarmi via da questo Grand Guignol. Tra poco si consumerà l’ultimo atto ed io, davvero davvero, non vorrei esserci.


Allora lei, anche se non ho detto nulla, mi ascolta. Anche se è lontana mi capisce. Allunga la sua mano tra i chilometri, e mi tira via. È una strega, e mi fa tanto sottile quanto un’ombra. Come è facile così scivolare via, indisturbato!

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